Monthly Archives: dicembre 2013

Un misterioso oggetto gigantesco blocca lo scavo di un tunnel sotto Seattle. Che cos’è? Dall’ipotesi geologica a quella extraterrestre

Leggende metropolitane e curiosi rinvenimenti alimentano la convinzione che le grandi città di tutto il mondo nascondano un cuore sotterraneo avvolto dal mistero. Le catacombe di Roma, le fogne di Parigi e i tunnel della Metropolitana di New York sono i luoghi considerati tra i più enigmatici. Alcuni ipotizzano addirittura che l’Aeroporto Internazionale di Denver nasconda una base aliena segreta. Ora, come rivela un articolo del New York Times, Seattle si è unita a questo club esclusivo.

 
 
 
 

Si chiama Bertha, ed è la più grande e possente trivella attualmente in uso sul pianeta. Con una lunghezza di 100 metri, un peso di circa 7 mila tonnellate, i suoi cinque piani di altezza e il suo equipaggio di 20 elementi, Bertha era stata definita dai suoi creatori come ‘inarrestabile’!

Eppure, circa tre settimane fa, l’enorme macchinario, mentre era impegnato nello scavo di un tunnel sotto Seattle, ha dovuto interrompere la sua inarrestabile corsa a causa di una misteriosa struttura sconosciuta che i responsabili dello scavo hanno semplicemente definito come “l’oggetto”.

A distanza di quasi tre settimane, la composizione dell’oggetto e la sua provenienza sono del tutto ignote. Ora i lavori di scavo sono ad un punto morto e, sebbene era stata concepita per non essere fermata da nulla, Bertha pare sia arrivata al capolinea.

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Il pianeta che non dovrebbe esistere

Grande 11 volte più di Giove, si è formato in troppo poco tempo e orbita a 97 miliardi di chilometri dal suo sole

Credits: Nasa

 

Si chiama HD 106906b e si trova a 300 anni luce da noi, nella costellazione della Croce. È molto giovane, visto che ha solo 13 milioni di anni: la Terra, al confronto, con i suoi 4,5 miliardi, è una veterana dello spazio. Ma questo enorme mondo alieno, circa 11 volte il nostro Giove, ha una caratteristica che lo rende davvero speciale: secondo la scienza, non dovrebbe esistere.  

E invece, eccolo lì. Lo ha “catturato” una telecamera a infrarossi montata sul telescopio Magellan, con base nel deserto di Atacama in Cile. I ricercatori hanno poi utilizzato i dati del telescopio spaziale Hubble per confermare la loro scoperta. A rendere questo esopianeta tanto singolare non è la sua taglia extralarge, niente affatto insolita nella galassia, ma la sua posizione: orbita infatti a 650 Unità Astronomiche dalla sua stella. Quindi, a circa 97 miliardi di chilometri di distanza dal suo sole.
Gli astronomi si trovano ora in difficoltà a giustificarne l’esistenza. “Nessun modello relativo ad un altro pianeta o una stella spiega completamente quello che osserviamo”, ha affermato Vanessa Bailey,  del Dipartimento di Astronomia dell’Università dell’Arizona e capo-ricercatrice in questo studio accettato dalla rivista scientifica The Astrophysical Journal Letters. Infatti, la teoria più accreditata in merito alla formazione dei corpi planetari sostiene che essi si formino progressivamente, per agglomerazione di corpi più piccoli, come ad esempio gli asteroidi.
Nel corso di milioni di anni, il pianeta acquista massa grazie ai detriti, alle polveri e a tutti gli altri residui  che vengono attratti dal suo campo gravitazionale. Ma questo meccanismo non si può applicare a HD 106906b: alla sua distanza orbitale, questo processo procede assai lentamente ed è impossibile che in così poco tempo ( 13 milioni di anni) si sia formato un gigante grande 11 volte Giove.
I ricercatori hanno allora contemplato anche una seconda ipotesi: il megapianeta  potrebbe essersi formato in breve tempo, grazie al collasso gravitazione di un grumo di materia dal disco protoplanetario dal quale si è formato anche il suo sole. Ma anche in questo caso, sembra assai improbabile: di solito, ciò avviene nelle immediate vicinanze della stella, dove il materiale abbonda e non a 650 UA, dove invece è assai rarefatto.
La terza possibilità: HD 106906b è quel che rimane di una stella che non si è accesa. “Un sistema binario si forma quando due masse di gas collassano più o meno in modo indipendente e si creano due soli, abbastanza vicini da esercitare un’attrazione reciproca e per tenersi legati l’uno nell’orbita nell’altro”, ha detto la Bailey parlando alla stampa.
 
“Forse, in questo caso, per motivi che non conosciamo, la massa originale ha perso del materiale e non è cresciuta abbastanza da innescare il processo chimico di combustione e diventare una stella.”
Ma… c’è un ma: nei sistemi binari, i due astri gemelli presentano un rapporto di massa che non supera 10 a 1, mentre nel caso di HD 106906b il rapporto è maggiore di 100 a 1.Dunque, come si è formato questo strano pianeta? La risposta della ricercatrice è disarmante. “Per ora, non lo sappiamo proprio.” Il super-Giove alieno potrebbe essere allora un pianeta errante, proveniente da un’altra zona della galassia e catturato dall’orbita di HD 106906.
Studiare questo lontano ed affascinante sistema solare potrebbe essere utile per capire la natura di questi vagabondi dello spazio per molti versi ancora misteriosi. Fino a pochi anni fa, sembravano il frutto della feconda fantasia di scrittori e ricercatori fai-da-te, ma ora si sono rivelati una presenza ingombrante. Secondo lo studio recente del giapponese Takahiro Sumi, nella Via Lattea ci sarebbero più pianeti nomadi che stelle: saremmo dunque nell’ordine di miliardi.
Una stima pazzesca, confermata – anzi, addirittura accresciuta da una successiva ricerca, compiuta da un team di astronomi del Kavli Institute for Particle Astrophysics and Cosmology della Stanford University, in California. La loro ipotesi: esisterebbero centomila corpi planetari in movimento nel cosmo per ciascuna stella presente nella nostra galassia. Cifre quasi inconcepibili.

Molti di questi esopianeti errabondi potrebbero essere stati espulsi dai propri sistemi solari. E non è escluso che un fenomeno del genere possa essere accaduto anche nel nostro sistema, che in origine poteva essere composto da un numero maggiore di pianeti. Persino abitabili.  Per quanto assurdo possa sembrare, infatti, il team americano ha contemplato la possibilità dell’esistenza di forme di vita anche negli spazi interstellari. Una forte radioattività interna o il riscaldamento tettonico e la presenza di una spessa atmosfera in grado di intrappolare gli infrarossi garantirebbero un calore sufficiente.
Lassù, nel cielo stellato, si potrebbero dunque nascondere svariati miliardi di mondi adatti alla vita, ben oltre le più rosee previsioni. Numerosissimi, eppure invisibili: essendo privi di luce propria e non avendo una stella attorno alla quale orbitano, è assai complesso individuarli con i nostri strumenti attuali. E ce ne potrebbero essere anche di vicini, più di quanto non immaginiamo. [fonte]

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J.Craig Venter: “I marziani? Ve li spedisco via fax”

Vi parlo di un’interessante iniziativa raccontata dal Los Angeles Times e ripresa dalla testata francese Courrier International. Nel deserto del Mojave, a una ventina di chilometri a Sud della città californiana di Baker, J.Craig Venter, 67 anni, famoso biologo molecolare ma anche uomo d’affari, si sta concentrando su un progetto che a suo dire rivoluzionerà i criteri della ricerca della vita extraterrestre. L’apparecchio che sta mettendo a punto servirà, in prima battuta, a scoprire tracce di Dna nel suolo e nelle superfici liquide di altri pianeti. “E se questo si verificasse – dice Venter – saremmo di fronte alla prova inequivocabile che non siamo soli nell’universo”. Ma non è finita. A quel punto, infatti, si potrebbero aprire scenari vasti e interessanti: quelle informazioni, tanto per dire, potrebbero essere teletrasmesse sulla Terra e girate a gruppi di scienziati in grado di riprodurre copie di quelle forme di vita in laboratori di massima sicurezza. “Per certi aspetti, è come se ‘facessimo dei fax’ degli extratterrestri e li impiantassimo qui da noi in strutture adeguate”. Il procedimento potrebbe anche funzionare al contrario, grazie a un “superbatterio” (resistente ai raggi cosmici e alle temperature estreme) che diventerebbe il traghettatore della vita: “Potremmo ad esempio rendere abitabile Marte”, conclude lo staff del biologo. L’idea può apparire molto fantasiosa, ma in realtà ha già attirato l’attenzione del centro ricerche Ames della Nasa, nella Silicon Valley. La possibilità di costruire un apparecchio che si posi su Marte o su uno dei satelliti di Saturno e che sia in grado di analizzare dei campioni senza tornare sulla Terra, equivarebbe a risparmiare una caterva di soldi. E annullerebbe il rischio di trasportare sul nostro pianeta potenziali agenti patogeni. “La prossima missione su Marte – dice Simon Pete Worden, direttore dell’Ames –  è prevista per il 2020: potrebbe benissimo essere dotata di questa tecnologia”. In effetti, sembra davvero un uovo di Colombo.

(Qui di seguito trovate il link dell’articolo del Courrier International: marziani (cliccare una prima volta, poi ricliccare sempre su “marziani”, che si aprirà in altra finestra. Credit per la foto: www.salon.com) [fonte]

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Dyatlov Pass Mystery Solved?

A mysterious case of nine experienced skiers who died in bizarre circumstances on an expedition into Siberia may have been solved by an America researcher.

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Donnie Eichar, a film-maker and author, spent four years investigating the so-called Dyatlov Pass incident, and has now claimed that he has discovered a ‘scientific’ explanation for the baffling case.

The skiers, who were all students, were led into the wilderness of the Ural mountains by 23-year-old Igor Dyatlov.

Their aim was to reach the remote Otorten Mountain, but – with the exception of one man who turned back early due to ill health – the entire party would be found dead beneath the snow.

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Perchè la scienza considera la vita extraterrestre e gli UFO argomenti tabù? Rispondono due scienziati

E’ noto che, spesso, gli scienziati siano riluttanti a discutere apertamente della possibilità della vita extraterrestre e del fenomeno UFO.

Anche se il grande pubblico è particolarmente interessato all’argomento, la comunità scientifica sembra evitare accuratamente l’argomento attraverso un silenzio autoimposto, non importa quanto sia forte l’evidenza.

Il negazionismo della maggioranza degli scienziati, secondo cui la vita extraterrestre non può esistere nelle nostre immediate vicinanze, tanto più il controverso fenomeno UFO, sembra essere una regola non scritta a cui si attengono come una sorta di dogma, un atteggiamento completamente opposto a quello della ricerca scientifica, che necessità di curiosità, onestà intellettuale, assenza di pregiudizio e ricerca, tanta ricerca.

Un contributo al dibattito viene da due ricercatori. Il primo è di N. Chandra Wickramasinghe, professore di matematica applicata e astronomia presso i College University di Cardiff, Galles. Il secondo parere è di Eric Davis, fisico della propulsione e ricercatore pressol’Institute for Advanced Studies di Austin.

Nalin Chandra Wickramasinghe è nato nel 1939 in Sri Lanka. Ha studiato astrofisica all’Università di Cambridge, dove è stato allievo di Fred Hoyle, noto al grande pubblico soprattutto per le sue argomentazioni non convenzionali e per svariate teorie non ortodosse entro la comunità scientifica.

Ha conseguito il dottorato di ricerca nel 1963. Ha scritto più di 30 libri, è un prolifico blogger ed è considerato un esperto nell’uso dell’astronomia all’infrarosso, disciplina con cui si studia la materia interstellare.

“Il mio coinvolgimento personale in questa in questa materia risale al 1970, quando, insieme con il compianto Fred Hoyle, stavo indagando la natura della polvere interstellare”, spiega Wickramasinghe. Il ricercatore scoprì che le molecole organiche si stavano accumulando nelle nubi interstellare a ritmo elevato.

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L`UFO della “Almirante Saldanha” del 1958

Era il 16 gennaio del 1958: la nave scuola dell’Istituto Idrografico della Marina Militare Brasiliana, l’Almirante Saldanha, comandata dal capitano Carlos Alberto Bacellar e con a bordo, come tecnico civile, il fotografo Almiro Barauna (specializzato in riprese subacquee), stava lasciando le acque antistanti l’isola di Trintade, nell’Atlantico, a circa 900 chilometri a est di Rio de Janeiro, dove aveva compiuto rilevazioni in occasione dell’Anno Geofisico Internazionale. Dopo mezzogiorno, alcuni civili che si torvavano sul ponte si misero a gridare indicando nel cielo un oggetto fortemente luminoso, la cui forma ricordava quella del pianeta Saturno, che si dirigeva verso l’isola.

L’UFO, che avanzava con movimento oscillante, scomparve per breve tempo dietro il Monte Deseado, quindi riapparve per poi volare via definitivamente. Durante l’avvistamento, durato circa 20 secondi, Barauna riuscì a scattare con la sua Rolleiflex sei foto, di cui però la quarta e la quinta non ripresero interamente l’oggetto. Dei 48 membri dell’equipaggio che sostavano sul ponte, molti osservarono l’UFO e, intervistati dai giornalisti, testimoniarono l’accaduto. Invece il capitano Bacellar, in coperta durante l’avvistamento, si era recato immediatamente sul ponte, ma era giunto troppo tardi per poterlo vedere. A questo punto, ma lo si seppe in un secondo tempo, il capitano insistette perchè le immagini di Barauna venissero sviluppate immediatamente.

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