Marte: Perseverance inizia a lavorare

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Lo scudo anti-detriti che proteggeva l’elicottero Ingenuity durante l’atterraggio, lasciato cadere il 21 marzo scorso (sol 30 per la missione): in questo modo è stato possibile fare uscire l’elicottero dal suo alloggiamento. La foto è stata scattata dalla fotocamera WATSON (Wide Angle Topographic Sensor for Operations and eNgineering), posizionata sullo strumento SHERLOC (Scanning Habitable Environments with Raman and Luminescence for Organics and Chemicals) – all’estremità del braccio robotizzato del rover Perseverance. NASA/JPL-Caltech/MSSS

Fino a pochi giorni fa il rover Perseverance della NASA è stato impegnato a fare da ponte radio alle comunicazioni tra l’elicottero Ingenuity e la Terra: adesso ha iniziato a utilizzare i suoi strumenti per analizzare le rocce che gli stanno attorno nel cratere Jezero. Lo scopo è quello di ricostruire la storia geologica del cratere e, in particolare, di cercare di definire con precisione quando venne riempito da un lago, quando l’acqua evaporò e come i fiumi che arrivarono dalle aree circostanti portarono al suo interno una grande quantità di sedimenti.

La speranza è di trovare i segni di una vita passata proprio tra quei sedimenti. Per dare il via a tutto ciò da Terra sono stati inviati i dati per mettere in attività le macchine fotografiche che si trovano sull’estremità del braccio robotizzato e in altre parti del rover, per realizzare foto di dettaglio del terreno. Inoltre è stato messo in attività il laser, che vaporizzando una superficie rocciosa permette a particolari strumenti di analizzarne le caratteristiche chimiche: questo permette poi di decidere se concentrare o meno le ricerche dei giorni successivi su particolari rocce.

Sedimentarie o vulcaniche? La prima domanda a cui vogliono rispondere in modo definitivo i geologi della NASA riguarda la natura delle rocce: quelle che si trovano vicino al rover sono sedimentarie, come le arenarie, e potrebbero perciò essere state trasportate da acqua, oppure sono vulcaniche? Ovviamente le prime sono quelle che con maggiore probabilità possono celare i segni di un’eventuale vita passata. Le rocce vulcaniche, tuttavia, possono aiutare meglio a definire l’età del fondo del cratere.

Dal dito di atterraggio, chiamato Octavia E. Butler in onore della scrittrice scomparsa nel 2006, il 22 febbraio scorso lo strumento Mastcam-Z del rover Perseverance ha fotografato ciò che resta di un deposito di probabili sedimenti: gli scienziati ritengono che sia ciò che rimane della confluenza tra un antico fiume e il lago che si è formato nel cratere Jezero, ma solo gli strumenti di bordo diranno se le rocce inquadrate sono sedimentarie o vulcaniche. ©

La difficoltà principale di questo lavoro sta nel fatto che le rocce sono state ricoperte da grandi quantità di sabbia portata dal vento e dunque non è semplice arrivare a conclusioni certe e dirette. Per un geologo sul campo sarebbe semplice: basterebbe un martello in grado di spaccare una roccia per vedere direttamente il suo interno pulito. Perseverance, invece, deve fare affidamento su un oggetto abrasivo che pulisce la superficie delle rocce prima che vengano bombardate dal laser. Insomma il sistema c’è, anche se si tratta di avere molta pazienza e di analizzare tante rocce. E lì a disposizione ce n’è un’infinità. [Fonte]

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