Perché gli USA vogliono tornare sulla Luna

La nuova politica spaziale della Casa Bianca mira a inviare equipaggi umani sul nostro satellite e a mandare astronauti su asteroidi

L’uomo tornerà sulla Luna. Anzi, molto probabilmente, visto il cambiamento socio culturale in corso, il prossimo astronauta a mettere piede sul nostro satellite sarà quasi sicuramente una donna.


È la rinnovata strategia sulle missioni spaziali che la Nasa si appresta ad intraprendere a partire dal 2018: l’undici dicembre, infatti, il presidente americano ha firmato la Space Policy Directive 1, l’atto con cui viene sancito il nuovo corso dell’esplorazione spaziale americana, in partnership con aziende aerospaziali private.

“La direttiva focalizza di nuovo il programma spaziale degli Usa sull’esplorazione umana: è il primo passo per il ritorno degli astronauti americani sulla Luna per la prima volta dopo il 1972, ma stavolta non ci limiteremo a piantare una bandiera e a lasciare delle impronte sul suolo; getteremo le basi per fondare il trampolino di lancio per future missioni su Marte e, forse un giorno non lontano, per raggiungere altri mondi più distanti” ha detto Donald Trump mentre apponeva il suo sigillo sul documento.

La data della firma non è stata scelta a caso. Presso la Casa Bianca erano presenti, tra gli altri, anche l’ex astronauta Buzz Aldrin (il secondo a posare il piede sulla Luna) e l’ex collega (ora senatore) Harrison Schmitt, che fu invece l’ultimo a toccare il suolo del nostro satellite con la missione Apollo 17, proprio l’undici dicembre di 45 anni fa.

I motivi per cui l’America intende riconquistare la Luna

“Ristabilire la nostra presenza sul suolo lunare è vitale per raggiungere i nostri obiettivi strategici” ha spiegato il vice presidente Mike Pence.

“Migliorerà la sicurezza nazionale, spronerà l’innovazione e permetterà di creare una moltitudine di nuovi posti di lavoro inimmaginabili oggi”.

Lo sviluppo delle tecnologie per le missioni lunari, secondo gli esperti americani, rivitalizzerà la ricerca e la produzione industriale in tutti i settori, non solo in quello aerospaziale.

Inviare uomini sul nostro satellite richiede infatti una minuziosa preparazione in moltissimi ambiti: dalla logistica all’approvvigionamento, alla costruzione di laboratori dove testare i nuovi apparecchi che serviranno alla sopravvivenza degli astronauti, fino alla realizzazione di ogni sorta di oggetto comune (come un banale fazzoletto di carta) ma progettati appositamente per l’uso nello spazio.

Come è già successo negli anni ’60, durante la “race to space”, la gara tra le due superpotenze di allora, Usa e Urss, per chi arrivasse per primo sul nostro satellite: da quella competizione sono scaturite centinaia di invenzioni innovative, pensate per i cosmonauti, ma che in seguito sono diventate di uso comune ed entrate nel quotidiano, come il forno a microonde per citare un esempio su tutti.

Ci sono poi aziende private, come la Moon Express, che scalpitano per poter mettere in piedi prototipi di impianti per la ricerca di minerali e metalli preziosi sotto il suolo lunare.

Già l’amministrazione Obama aveva annunciato una spedizione di prova a questo scopo su un asteroide, e l’attuale presidente intende proseguire su quella strada.

Infine, è imprescindibile, prima di mandare un equipaggio umano su Marte, effettuare simulazioni sulla sicurezza e tenuta degli equipaggiamenti sulla lunga durata nello spazio, e quale banco di prova migliore se non la Luna?

I costi dell’impresa

In passato il presidente Bush senior, e in seguito il figlio, avevano chiesto alla Nasa di intensificare i programmi per il ritorno alla Luna. Ma in entrambi i casi i progetti erano naufragati a causa della mancanza di fondi.

Stavolta le cose potrebbero andare diversamente: la Space Policy Directive 1 prevede infatti il coinvolgimento di soggetti privati alla colonizzazione del satellite.

Le aziende ora non mancano: Space X, di Elon Musk, è pronta a fornire i vettori riciclabili per i lanci spaziali, così come la rivale Blue Origin.

C’è poi un consorzio di ben 70 compagnie private, The Commercial Spaceflight Federation, che plaude all’iniziativa di Trump, perché finalmente apre alla partnership commerciale nelle missioni spaziali sotto l’egida della Nasa.

Insomma, sembra proprio che la Luna sarà il business dei prossimi decenni.

Inoltre, per sostenere la spesa, il presidente americano ha espressamente indicato che anche le agenzie spaziali dei Paesi che stanno pianificando missioni umane sul nostro satellite, quali Russia, Cina Giappone e ESA (l’agenzia spaziale europea) parteciperanno al programma.

Il costo del nuovo programma lunare, secondo le stime, si aggira intorno ai cento miliardi di dollari, a cui vanno sommati i quattro miliardi che annualmente la Nasa sta già ricevendo per questo progetto.

Va da sé, con tutta probabilità, che per portare quindi a termine gli obiettivi espressi nella Space Policy Directive 1 andranno tagliati i fondi per altre missioni spaziali ancora sulla carta.

Marte addio?

Forse sarà proprio il programma di missioni umane su Marte il primo a essere ridimensionato. Sebbene Trump abbia dichiarato che la Luna sarà la prima tappa per lo sbarco sul pianeta rosso, e prima di lui Obama aveva annunciato l’invio di astronauti sulla sua superficie entro il 2040, l’impresa appare ora più lontana.

L’amministrazione Obama aveva fatto di Marte l’obiettivo prioritario per l’esplorazione umana, entusiasmando addetti ai lavori e opinione pubblica e suscitando immediatamente futuristiche visioni e scenari al limite della fantascienza: tra le più suggestive, concorsi per il reclutamento di volontari pronti a stabilirsi perennemente sul pianeta rosso per dare vita a una colonia umana.

Il cambio di strategia del suo successore, che vede invece nel ritorno sulla Luna il primo passo per la colonizzazione del Sistema Solare, è effettivamente più realistica. Per svariati motivi.

Prima di tutto non è pensabile di arrivare su Marte senza prima aver fatto “pratica” sul corpo celeste a noi più vicino. Quanto appreso dalle missioni Apollo, che hanno portato equipaggi sulla Luna dal 1969 al 1972, ormai è anacronistico e vetusto alla luce dell’evoluzione tecnologica degli ultimi quarant’anni.

Sarebbe come correre un GP di Formula Uno attuale con la vettura che a suo tempo guidava Fangio: se si vuol andare su un nuovo pianeta bisogna azzerare la lavagna, imparare tutto daccapo.

E poi ci sono ragioni pratiche: sulla Luna si va e torna in tre giorni, per il viaggio su Marte occorrono almeno due anni. E una volta giunti là, scendere al suolo per fare una passeggiata di qualche ora per poi imbarcarsi e tornare indietro avrebbe davvero poco senso.

No, se si vuole esplorare il pianeta rosso con cosmonauti, allora il loro soggiorno sulla superficie deve durare a lungo: settimane o mesi.

Ma per rendere possibile una missione di questa durata è necessario prima spedire, esattamente là dove atterreranno gli astronauti, apparecchiature, viveri e materiale di sopravvivenza (acqua, ossigeno, vettovaglie) e protezione. Questi lanci preparatori saranno da effettuare anni prima dell’arrivo dell’equipaggio.

Il che, oltre ai costi esorbitanti, presenta aspetti tecnico-ingegneristici assai ardui da affrontare, primo tra tutti il fattore affidabilità: non ci si può permettere che un lancio preparatorio fallisca, perché comprometterebbe tutta la tabella di marcia della missione. Sforare le tempistiche non è consentito.

Infine alcune considerazioni prettamente tecniche.

Le finestre di lancio, cioè i periodi di tempo quando è possibile far partire i razzi, hanno una ciclicità di circa un anno e mezzo. Significa che tra un invio e l’altro bisogna aspettare il giusto allineamento planetario tra Terra e Marte, che occorre appunto a intervalli non frequentissimi.

Poi il carburante: per arrivare fin là bisognerebbe imbarcarne una quantità ingente, rendendo difficoltoso, se non impossibile, il decollo del razzo a pieno serbatoio dalla Terra, già stipato dai rifornimenti per la soprravvivenza degli astronauti durante il lungo viaggio.

Per ovviare a questo inconveniente, i percorsi delle navicelle spaziali verso Marte non seguiranno un tragitto “lineare”, ma prevedranno un ritorno verso il nostro pianeta, per sfruttarne la spinta gravitazionale, che consentirà di supplire alla poca propuslione dei motori, dovuta all’esiguo carico di propellente a disposizione, ma a costo di un prolungamento del tempo di crociera.

Anche il decollo da Marte richiede molto carburante: la forza di gravità è quasi un terzo di quella terrestre (mentre sulla Luna è sei volte inferiore) e in più c’è da vincere la resitenza dell’attrito dell’atmosfera, seppur molto più debole di quello della Terra: quindi per far ritornare gli astronauti a bordo del razzo in orbita che li riporterà a casa sarà necessario, anche in questo caso, far atterrare prima il vettore per il recupero degli esploratori, e con questo anche dei serbatoi per il propellente. Una logistica davvero complessa.

E poi la presenza sull’uomo sulla superficie di Marte avrebbe più un significato simbolico che pratico: non c’è nulla che un essere umano possa fare in più di una sonda robotizzata per indagare a livello scientifico il quasi gemello del nostro pianeta.

A meno di non portare lassù anche un laboratorio dotato di complessa e ingombrabnte strumentazione, con tutti i problemi connessi alla sua spedizione.

La Luna, sia per scopi puramente di ricerca, sia per ragioni economiche, è decisamente più a portata di mano. In sintesi, per questa prima metà del secolo, non siamo ancora in grado di andare su Marte con profitto. Il ritorno economico e scientifico sarebbe decisamente in perdita.

Ma non significa che l’avventura marziana sia morta e sepolta: sulla carta il progetto, pur con tutte le difficoltà descritte, è fattibile e sicuramente un giorno l’umanità manderà un suo membro su quel mondo; però, nell’immediato futuro, ci aspetta la Luna, da dove inizierà davvero la nuova era dei viaggi spaziali.[fonte]

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