La scienziata della Nasa che si occupa di proteggere gli alieni dai terrestri

NEW YORK – La fantascienza ha immaginato spesso cosa succederebbe se un agente patogeno alieno cadesse sulla Terra e scatenasse contagi inarrestabili.

Il best seller di Michael Crichton, “Andromeda Strain” del 1969, poi diventato film nel 1971, immaginava proprio una simile catastrofe. Raramente però si immagina il contrario: la possibilità che sia l’uomo, con la sua esplorazione spaziale, a portare virus o batteri su altri corpi celesti. E tuttavia man mano che le missioni si moltiplicano, man mano che va maturando l’ipotesi di un atterraggio umano su Marte, questa preoccupazione è più verosimile. Ed è attuale: Mars One, il progetto dell’imprenditore olandese Bas Lansdorp, prevede di stabilire una colonia umana sul Pianeta Rosso già nel 2025.

Alla Nasa, ma anche nelle agenzie spaziali degli altri Paesi, c’è un funzionario che deve occuparsi proprio di questo: garantire la sterilizzazione di quel che spediamo su altri corpi celesti e di quel che torna qui sulla Terra. Porta il titolo un po’ pomposo di “Planetary Protection Officer”, e qualcuno sostiene che sembra un’etichetta prelevata di peso dai film della serie “Men in Black”. Ma il lavoro dell’officer, attualmente la biologa Catharine Conley, è complicato e richiede una pazienza da certosini: ogni singolo, per quanto minuscolo, componente dell’equipaggiamento spaziale deve essere controllato e ricontrollato.

E’ vero anche che esisterebbero destinazioni che non presenterebbero rischi: ci sono corpi nel nostro sistema solare, ad esempio le lune di Saturno, tanto congelate che nessuna forma di vita terrestre potrebbe sopravvivervi. Ma Marte è un’altra cosa: non si può escludere che vi sia qualche forma di vita. E se i terrestri non saranno attenti, si può causarne una mutazione. Effettivamente, sulla Terra abbiamo già visto l’invasione di specie aliene da un continente all’altro: basti ricordare i conigli portati in Australia nell’800, responsabili di catastrofi nell’ecologia del continente e di continui grattacapi dell’agricoltura.

Ogni missione spaziale dovrebbe rispondere a un codice di sicurezza che i governi del mondo hanno sottoscritto nel 1958, quando l’International Council for Science ha creato il Committee on Space Research (Cospar). Nel 1967 le Nazioni Unite hanno approvato l’Outer Space Treaty, una legislazione internazionale che richiede che non venga riportato nulla sul nostro pianeta se non si ha la certezza che non interferirà con il nostro ambiente. Eravamo allora alla vigilia dei primi atterraggi sulla Luna, e il pubblico pensava solo alla sicurezza della Terra. E difatti la Nasa seguì un protocollo severo al ritorno degli astronauti, obbligandoli a tre rigidissime settimane di quarantena in un laboratoro appositamete costruito per la bisogna.

Il trattato dell’Onu richiede tuttavia anche che le agenzie spaziali terrestri “non contaminino gli altri pianeti”. Gli astrobiologi sottolineano che non ci sono solo rischi di stravolgere l’equilibro di un pianeta, ma c’è anche la possibilità di credere che su un pianeta esista la vita, mentre ce l’abbiamo portata noi. Dopotutto, in questo momento ci sono due rover al lavoro sulla superficie del Pianeta Rosso, Opportunity e Curiosity, e nel settembre del 2016 vi atterrerà anche Insight, che ne trivellerà il terreno fino a 500 metri di profondità. Immaginate dunque che confusione, e quali possibili ricadute, se quella trivella non fosse assolutamente sterile e immettesse nel suolo marziano qualche batterio.

Ma queste sono macchine della Nasa, che il Planetary Protection Officer fa sottoporre a un ripulisti rigoroso. Faranno lo stesso i privati che stanno pianificando missioni di esplorazione sul Pianeta? L’olandese Mars One si atterrà al Trattato Onu del 1967? La signora Conley pone il problema al mondo, ricordando che la Nasa non può dettare legge agli imprenditori privati. Ma se l’uomo si dirige verso Marte, bisogna che ci ricordiamo che potrebbe contaminarne la superficie: “Esploriamo lo spazio – ricorda l’Officer della Nasa – per capire la natura. Che senso avrebbero le nostre missioni, se la inquinassimo e la deformassimo?” [fonte]

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