Il frate e l’UFO: un incontro ravvicinato nel 1948

Un incontro ravvicinato del quarto tipo,  che provoca prima stupore, poi paura e che viene tenuto segreto per decenni, per timore di derisioni e incomprensioni. Una storia come tante, se non fosse per il luogo nel quale l’avvistamento sarebbe avvenuto- in un convento di frati in Sardegna; per il protagonista- un novizio; e forse ancora di più per l’epoca- il 1948.

La storia è quella che Padre Giuseppe Madau- frate francescano a lungo missionario in Africa- raccontò al CUN, il Centro Ufologico Nazionale. Dopo quell’esperienza giovanile per lui choccante, nel 1974 Padre Giuseppe aveva rivissuto un altro episodio sconcertante: mentre stava atterrando in Zambia, il suo aereo fu affiancato da un’ enorme piattaforma metallica di forma cilindrica. Fu allora che iniziò ad informarsi sull’argomento. In un libro di Roberto Pinotti, trovò l’indirizzo del CUN e spedì una lettera. Era il dicembre del 1990.

In quella missiva, su carta intestata del Centro Missionario Italiano dei Frati Mi­nori Conventuali di Roma, spiegava per sommi capi la vicenda di cui era stato testimone all’età di 18 anni, quando si trovava nel convento di Oristano, dicendosi addirittura disponibile a sottoporsi a regressione ipnotica. Gianfranco Neri, a quei tempi coordinatore nazionale del CUN, incuriosito e affascinato, gli rispose subito ponendogli varie domande. La seconda lettera inviata dal religioso gli permise di capire l’importanza e la peculiarità di quello che Padre Madau era certo di aver vissuto.

Padre Giuseppe Madau

Qualche anno dopo, Gianfranco Degli Esposti (all’epoca, coordinatore della Emilia-Romagna) tentò di rimettersi in contatto con il francescano, tramite l’ente religioso di Roma. Ed ebbe fortuna: il frate- ormai anziano- era rientrato dallo Zambia per le vacanze di Natale e accettò di incontrarlo di persona. Così, in quell’incontro faccia a faccia, poté rivelare tutti i dettagli che ricordava di quella vicenda a dir poco assurda.

Dunque, quel 13 settembre del 1948, verso il crepuscolo, il giovane francescano stava recitando il rosario passeggiando nell’orto del convento, accompagnato da un vecchio cane. Era un giorno di festa ad Oristano e la città era abbellita dalle luminarie. All’improvviso, Giuseppe vide in cielo qualcosa di strano avvicinarsi dall’alto. In contemporanea, sentì molte voci al di là del muro lamentarsi perché era saltata l’energia elettrica. L’oggetto sopra di lui prese velocemente forma: sembrava una campana, sormontata da una cupola trasparente all’interno della quale vedeva due uomini.

Disse proprio così: due uomini, di bell’aspetto e dalla pelle chiara verso i quali il fraticello fece d’istinto un gesto di saluto con la mano e al quale i due tipi vestiti con tute argentate risposero cordialmente. Uscirono poi sul bordo dell’oggetto volante e gli fecero cenno di seguirlo. A quel punto, Padre Giuseppe si tirò indietro, spaventato: se fosse salito lì sopra con loro- pensava- non avrebbe più potuto diventare un francescano. Al suo rifiuto, i due risalirono a bordo e iniziarono una strana manovra.

Il disco cambiò assetto ed aspetto. Il religioso ne vedeva ora una diversa sezione e notò che dall’oggetto uscivano dei fasci di luce quasi solidi che lo centrarono e lo scandagliarono. Giuseppe- raccontava a distanza di decenni da quel giorno- si sentiva come delle “dita elettriche” che rovistavano nel suo cervello. Prima avvertì una sensazione di formicolio, poi di dolore. Terrorizzato, invocò la Madonna perché lo aiutasse. Nella sua mente, udì una voce femminile dire: “Basta, fermatevi”, alla quale replicarono altre voci confuse e accelerate.

Il novizio rinnovò la sua richiesta di soccorso alla Madre Celeste e questa volta in modo perentorio la stessa voce femminile ordinò: “Lasciatelo stare!”. La luce si interruppe. Il giovane vide il cane accanto a lui fluttuare sospeso nell’aria e poi, giunto a 20 centimetri dal suolo, cadere a terra. Anche il frate, che si era sentito leggero leggero come un panno appeso ai fili del bucato, ritornò in sé. Dalla strada, arrivava il vocio della gente: ”La luce è finalmente tornata…”, dicevano. Il black-out era terminato nello stesso istante in cui quell’ oggetto misterioso con i suoi occupanti era sparito.

Il giovane francescano era turbato da quello che aveva visto e che non riusciva neppure a capire. Entrò in convento, mentre gli altri frati già si preparavano alla recita dei Vespri.  Provò a raccontare loro cosa era appena accaduto, nell’orto, ma gli altri, infastiditi dalle sue chiacchiere, lo invitarono a tacere. Cosa che Padre Madau fece per molti anni, fino a quando non trovò il coraggio di scrivere quella lettera al CUN.

Un racconto dettagliato e sorprendente al quale il religioso- scomparso nel 2013- fece seguire un’analisi altrettanto interessante. A riscoprire il testo autografo è stato Franco Marcucci, responsabile dell’archivio del Centro Ufologico Nazionale, che me lo ha gentilmente passato. In quelle due pagine scritte a mano, sempre sulla carta intestata del medesimo centro missionario romano, nel marzo 1999 Padre Giuseppe cercava di dare una spiegazione a quel fenomeno. Evidentemente, negli anni aveva a lungo riflettuto e le sue conclusioni meritano attenzione. Eccone la trascrizione fedele, le parti sottolineate sono così nell’originale cartaceo:

“Caro Gianfranco, grazie per la tua lettera dell’ 8-2-’99, con cui mi hai inviato anche il programma per il simposio de 3-4-5 APRILE.  La mia esperienza ufologica non mi dà il diritto di pontificare in materia, ma la possibilità di esprimere opinioni, dopo oltre 50 anni dai fatti. Ecco le mie opinioni:

a- Il problema ufologico è solvibile solo coi dati offerti da esperienze parallele del mondo biblico.

b- Gli scienziati vi si devono avvicinare con umiltà, sapendo che si interessano non di microbi e amebe, ma di esseri con un’intelligenza e cultura molto superiore alla nostra.

c- Ogni preconcetto materialistico-positivista mutuato dalla cultura umana dovrebbe essere sospeso finché i fatti non si rivelino nella loro vera natura.

d- Tra gli esseri del mondo ufologico, alcuni sono certamente buoni, altri certamente cattivi.

e- Quale storia sta a monte della vita di questi esseri?

f- Evitare l’interpretazione fantascientifica dell’universo e dei suoi abitanti perché non conosciamo ancora la vera natura dell’universo.

g- Qui mi fermo.”

    Padre Giuseppe declinava cortesemente l’invito a prender parte al convegno per impegni di lavoro- doveva tornare nella sua missione in Zambia. Ma aggiungeva altre informazioni sulla sua abduction del 1948: “Ricordo un particolare della prima esperienza ufologica: l’ufo prese me e il cane sul primo sentiero dell’orto e ci lasciò sul secondo, quello centrale. Lo ricordo da alcune pietre nere, sulle quali ci trovammo, io e il cane, quando siamo discesi (?). Distanza dal primo punto: appena una decina di metri.”

Forse dunque il frate sperimentò anche una sorta di “missing time”, perché si ritrovò in un luogo diverso- anche se distante pochi metri- da dove aveva avvistato l’oggetto volante e la sensazione di essere “leggero leggero” sembrava esser stata provocata da una sorta di “ascensione” verso l’alto prodotta da quei raggi luminosi. La lettera si concludeva con ringraziamenti, saluti e un auspicio:

Augurando grande successo nel risolvere il problema socialmente più importante del mondo oggi, quello degli UFO”, si legge infatti nelle ultime righe. “Riflessioni non di poco conto, visto che si tratta di un sacerdote. Gli si deve dare atto che quanto gli è capitato non è stata una sciocchezza. E se una persona del genere fa un racconto così, penso che sia da prendere in considerazione”, commenta oggi Franco Marcucci.[fonte]

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