Quella volta che la Nasa trovò i marziani

6 agosto 1996 – La NASA annuncia di aver trovato tracce di vita marziana in Antartide

Diciotto anni fa ero da qualche parte in montagna quando lessi che non eravamo soli. Avevamo trovato gli alieni. Senza neanche troppo cercarli: li avevamo trovati in Antartide. Ed erano, pensate, marziani. Non per modo di dire. Erano davvero creature vissute sul pianeta Marte. Minuscole, invisibili – nanobatteri. Non erano giunti sulla Terra per loro volontà. Probabilmente non erano nemmeno arrivati vivi. Un impatto con un asteroide avrebbe staccato la roccia marziana su cui avevano lasciato minuscole tracce di vita e l’avrebbe trasformata in un meteorite, precipitato in seguito nel continente più misterioso della Terra. Era una storia incredibile, ma anche un po’ deprimente. Come scrisse Michel Houellebecq in un celebre libro che sarebbe uscito due anni dopo (non mi era mai capitato di sentirmi contemporaneo di un personaggio letterario):

Nel corso del telegiornale delle 20, Bruno Masure annunciò che una sonda americana aveva rinvenuto tracce di vita fossile su Marte. Si trattava di forme batteriche, verosimilmente archeo-methanobacterium. Dunque, su un pianeta prossimo alla Terra, alcune macromolecole erano riuscite a organizzarsi, a elaborare vaghe strutture autoriproducibili, composte da un nucleo primitivo e da una membrana sconosciuta; poi tutto si era bloccato, sicuramente per effetto di una variazione climatica: la riproduzione era diventata sempre più difficile, poi si era interrotta del tutto. La storia della vita su Marte si rivelava assai modesta. Frattanto (e Bruno Masure non sembrava averne piena coscienza), quel miniracconto di un fallimento un po’ ridicolo contraddiceva violentemente tutte le costruzioni mitiche o religiose che tradizionalmente fanno la gioia dell’umanità. Non c’era nessuna azione unica, grandiosa e creatrice; non c’era nessun popolo eletto, né c’erano specie o pianeti eletti. C’erano soltanto, un po’ dappertutto nell’universo, tentativi incerti e in genere poco convincenti. Tutto ciò era, fra l’altro, di una monotona spossante. Il DNA dei batteri marziani sembrava perfettamente identico al DNA dei batteri terrestri. Quest’ultima considerazione in particolare lo riempì di una lieve tristezza, già di per sé segno di depressione. Un ricercatore in condizioni normali, un ricercatore in buone condizioni di funzionamento, avrebbe dovuto invece compiacersi per quella identità, vedervi la promessa di sintesi unificanti. Se il DNA era dappertutto identico, dovevano per forza esserci ragioni profonde legate alla struttura molecolare dei peptidi, o magari alle condizioni topologiche dell’autoriproduzione. Tali ragioni profonde doveva esser possibile scoprirle; da giovane, pensò Michel, una siffatta prospettiva l’avrebbe riempito di entusiasmo.

In seguito la storia dei nanobatteri – divulgata dalla Nasa, annunciata in pompa magna dal presidente Clinton – fu completamente smontata, come quella dei neutrini che dal Gran Sasso a Ginevra trovavano una scorciatoia più veloce della luce. Un gruppo di scienziati in laboratorio riuscì a creare le stesse tracce senza ausilio di nanobatteri. Siamo ancora soli, per adesso.

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